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Parlar di poesia, non sempre conviene…


“…agli insegnanti bravi vanno dati soldi in più. A quelli che ti fanno amare la poesia, quelli che ti fanno amare persino la matematica, bisognerà dare un po’ più di prestigio e qualche soldo in più”. (Matteo Renzi)

E bravo Matteo, questa perla mi mancava; ora potrò vivere sicuramente più serena perchè la poesia è il mio pallino e da sempre le riservo un grande spazio con i miei bimbi della scuola primaria.
Da anni sai? Lo faccio da sempre senza pensare che sia un merito ma considerandolo semplicemente un dovere e un divertimento. Perchè io mi diverto a far conoscere la poesia ai bambini e a fargliela toccare.
Quindi solo per questo avrò più prestigio e qualche soldo in più? Chi l’avrebbe mai detto?
Ma chi si accorgerà di questo? Il preside che viene in classe a vedere come lavori solo se qualche genitore si va a lamentare di questioni su cui non ha nessuna competenza?
I collaboratori del preside che mai oseranno contraddirlo per non perdere il loro gruzzoletto in più?
Io VOGLIO che qualcuno si accorga di questo, ma VOGLIO che sia qualcuno che sa di cosa stiamo parlando, qualcuno che abbia INTERESSE a vedere il mio lavoro.
Non sarà con la tua “Buona Scuola” che otterrò questo, ne sono sicura, per cui continuerò a fare in modo che i bambini amino la poesia, la lettura, la scrittura senza illudermi di ricevere per questo soldi in più, prestigio o ringraziamenti. Probabilmente succederà proprio il contrario perchè nella tua scuola, chi non si sa vendere bene è destinato a soccombere.
Continuerò a fare il mio lavoro nel miglior modo possibile, come sempre ho fatto, finchè me lo lasceranno fare.
Comunque attento Matteo, non ti sbilanciare troppo sulla poesia. Potresti pentirtene, perchè chi ama la poesia può diventare pericoloso.

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Perchè dico NO alla “Buona Scuola”


1) Perchè la scuola diventerà un’azienda e a capo di questa azienda ci sarà un Preside che deciderà tutto, soprattutto deciderà chi farà parte della “sua squadra” scegliendolo dagli albi territoriali.
Tale scelta sarà soggetta a revisione dopo tre anni e sempre, la decisione ultima spetterà al preside e ai suoi collaboratori.
Ora, questa potrà anche essere percepita come una cosa giusta; io penso che non lo sia.

Non credo sia giusta perchè nessuno mi garantisce i criteri con i quali il preside sceglierà, nessuno mi garantisce che non ci saranno nepotismi o clientelismi, nessuno mi garantisce che un docente, dopo tre anni, possa essere rimandato a casa non perchè incapace o fannullone ma perchè contrasta le idee o le decisioni del Preside.
Con questo sistema diventiamo tutti ricattabili,  la libertà d’insegnamento sancita dalla Costituzione va a farsi benedire e la Contnuità, già oggi parecchio maltrattata e disattesa, lo sarà ancor di più.

2) Perchè la Scuola Pubblica avrà sempre meno fondi ( “Le risorse pubbliche non saranno mai sufficienti a colmare le esigenze di investimenti nella scuola” e ancora:  “i limiti  saranno quelli delle risorse disponibili”- da “La Buona Scuola”) quindi via libera alle sovvenzioni dei privati che potranno metter bocca anche su che cosa insegnare e come.
Inoltre decideranno d’investire nelle zone ricche del paese, non certo in quelle disagiate. E’ prevedible quindi il formarsi di una sorta di classifica: scuole di serie A e scuole di serie B.
Ma la scuola pubblica non dovrebbe dare a tutti gli stessi mezzi e le stesse possibilità?

3) Perchè il Collegio Docenti perderà il suo ruolo partecipativo: smetterà di essere organo con potere di decisione e diventerà puramente consultivo.
Perchè gli organi collegiali saranno svuotati del loro significato vero: la democrazia e la partecipazione.

4) Perchè non sono d’accordo con i finanziamenti alla scuola privata* che disattendono l’art. 33 della Costituzione (Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato)sottraendo risorse preziose alla scuola pubblica.

5) E ora voglio parlare dei lavoratori della scuola, perchè sono stanca di percepire quasi la vergogna di parlare di questo, come se gli insegnanti non fossero importanti, in quanto lavoratori.
Non sono d’accordo con la possibilità che un insegnante di ruolo che magari ha anche anni e anni di esperienza sulle spalle e quindi professionalità, possa ritrovarsi, magari a 60 anni ,a dover fare di nuovo la trottola con le supplenze.. Non è giusto per nessuno e ancora meno per chi ha già un’età che spesso non gli consente questo tipo di vita. Io l’ho fatta per quindici anni, altri miei colleghi anche di più e vi assicuro che non è una passeggiata. Se abbiamo accettato di farlo è  perchè volevamo essere insegnanti, volevamo arrivare al giorno in cui non avremmo più fatto i “tappabuchi” ma avremmo potuto svolgere il lavoro che amavamo in modo completo, efficace e riconosciuto.
Dove li mettiamo i diritti acquisiti? Che cosa è servito entrare in ruolo se ora saremo ancora precari? Sì’ lo so che ormai i diritti acquisiti sono diventati una parolaccia e non esistono più, ma io continuo e continuerò a rivendicarli perchè non si possono cambiare le carte del gioco a proprio piacimento sulla pelle e sulla vita delle persone.

Caro Matteo, quando noi facevamo su e giù per la province delle nostre città e aspettavamo dalle 7 del mattino, già vestiti, una telefonata che non sapevamo nemmeno se sarebbe arrivata, tu andavi a giocare alla Ruota della Fortuna o lavoravi come dirigente nell’azienda di papà. Niente di male intendiamoci…però…se fossi in te…un pochino  mi vergognerei.

* Illuminante per chi avesse voglia e tempo di leggerlo, il discorso di Pietro Calamandrei scritto nel 1950!

“…Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto:
– rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni.
– attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette.
– dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico!
Quest’ultimo è il metodo più pericoloso. » la fase più pericolosa di tutta l’operazione […]. Questo dunque è il punto, è il punto più pericoloso del metodo. Denaro di tutti i cittadini, di tutti i contribuenti, di tutti i credenti nelle diverse religioni, di tutti gli appartenenti ai diversi partiti, che invece viene destinato ad alimentare le scuole di una sola religione, di una sola setta, di un solo partito […].

Per prevedere questo pericolo, non ci voleva molta furberia. Durante la Costituente, a prevenirlo nell’art. 33 della Costituzione fu messa questa disposizione: “Enti e privati hanno diritto di istituire scuole ed istituti di educazione senza onere per lo Stato”. Come sapete questa formula nacque da un compromesso; e come tutte le formule nate da compromessi, offre il destro, oggi, ad interpretazioni sofistiche […]. Ma poi c’è un’altra questione che è venuta fuori, che dovrebbe permettere di raggirare la legge. Si tratta di ciò che noi giuristi chiamiamo la “frode alla legge”, che è quel quid che i clienti chiedono ai causidici di pochi scrupoli, ai quali il cliente si rivolge per sapere come può violare la legge figurando di osservarla […]. E venuta cos” fuori l’idea dell’assegno familiare, dell’assegno familiare scolastico.

Il ministro dell’Istruzione al Congresso Internazionale degli Istituti Familiari, disse: la scuola privata deve servire a “stimolare” al massimo le spese non statali per l’insegnamento, ma non bisogna escludere che anche lo Stato dia sussidi alle scuole private. Però aggiunse: pensate, se un padre vuol mandare il suo figliolo alla scuola privata, bisogna che paghi tasse. E questo padre è un cittadino che ha già pagato come contribuente la sua tassa per partecipare alla spesa che lo Stato eroga per le scuole pubbliche. Dunque questo povero padre deve pagare due volte la tassa. Allora a questo benemerito cittadino che vuole mandare il figlio alla scuola privata, per sollevarlo da questo doppio onere, si dà un assegno familiare. Chi vuol mandare un suo figlio alla scuola privata, si rivolge quindi allo Stato ed ha un sussidio, un assegno […].
Il mandare il proprio figlio alla scuola privata è un diritto, lo dice la Costituzione, ma è un diritto il farselo pagare? » un diritto che uno, se vuole, lo esercita, ma a proprie spese. Il cittadino che vuole mandare il figlio alla scuola privata, se la paghi, se no lo mandi alla scuola pubblica.

Per portare un paragone, nel campo della giustizia si potrebbe fare un discorso simile. Voi sapete come per ottenere giustizia ci sono i giudici pubblici; peraltro i cittadini, hanno diritto di fare decidere le loro controversie anche dagli arbitri. Ma l’arbitrato costa caro, spesso costa centinaia di migliaia di lire. Eppure non è mai venuto in mente a un cittadino, che preferisca ai giudici pubblici l’arbitrato, di rivolgersi allo Stato per chiedergli un sussidio allo scopo di pagarsi gli arbitri! […]. Dunque questo giuoco degli assegni familiari sarebbe, se fosse adottato, una specie di incitamento pagato a disertare le scuole dello Stato e quindi un modo indiretto di favorire certe scuole, un premio per chi manda i figli in certe scuole private dove si fabbricano non i cittadini e neanche i credenti in una certa religione, che può essere cosa rispettabile, ma si fabbricano gli elettori di un certo partito“.

Piero Calamandrei, 1950

Roma, la protesta dei docenti da