Egidio Milinovich


Ringrazio il giovane Ferdinando per questo bell’articolo, per aver reso con semplicità ciò che zio Egidio era. Con la stessa semplicità, efficace e chiara, che si respira nei suoi versi. Ringrazio anche la sua insegnante per averci permesso di leggerlo.

fonte:http://www.adriaticounisce.it/superiori_2012.htm

                          Ferdinando Stefan  

                                                                   Classe I – m Scuola Media Superiore Italiana Fiume

Molti scrittori e poeti istriani, fiumani e dalmati hanno scritto opere incentrate sulle loro radici.
Descrivi l’autore che meglio conosci o che più ti ha colpito

Tanti sono i scrittori che con il loro lavoro hanno contribuito a mantenere gli usi, i costumi, la lingua della mia città, scrivendo nel nostro dialetto, in fiumano, il cuore pulsante e l’anima della mia città. Come trascurare un patrimonio in vernacolo “fiuman”cosi vivo, ricco, umano come quello lasciatoci da Mario Schittar, dal Cavaliere di Garbo (Gino Antoni), Oscarre Russi, Egidio Milinovich?
Tutte le loro opere nascono con lo stesso desiderio e cioè esprimere i loro pensieri rafforzando la presenza fiumana-italiana in ambito cittadino e regionale,per far sapere a chi è andato via che siamo ancora qua. La maggior parte di loro aveva un desiderio comune con le loro opere, mantenere in uso la lingua del popolo affinché questa non si presentasse impoverita a tal punto da portare i rimasti a dimenticare le radici della propria fiumanità.
Tra tutti questi poeti e scrittori colui che per la sua semplicità mi ha maggiormente colpito è Egidio Milinovich.
Milinovich nasce a Fiume nel 1903, in una famiglia di operai e trascorre tutta la sua giovinezza nel Barbacan, un popolare rione della Cittavecchia. Le sue poesie sono vero folclore, sono una descrizione di momenti di vita, di ricorrenza, di abitudini, di colori e odori di una parte della città che non si vede né si sente più .
Ho preso in mano e riletto alcune poesie del suo libro”Variazioni fiumane” e non posso che confermare l’allegria o la tristezza che si intravede in ogni suo verso. E’ stato un poeta dialettale intelligente, profondo, ironico e divertente. Non era un poeta di professione, e non aveva nemmeno la pretesa di essere considerato tale, ma sapeva come rappresentare una scena di vita quotidiana legata agli ambienti tanto cari ai fiumani:
la sua contrada: “Si` si` son de gomila e me vanto, non sofigo la voze del mio cor…
“gli amori:”non go impirado suso le tirache, go imbotonado strambo el gilè,l e braghe mastruzade in pieghe e sache…
“la famiglia:” me dixeva la mia mama co ti fili drito e i te tira un saso in schena, butighe un bocon de pan…
“gli usi- le cure popolari per risolvere determinati disturbi:
“non far el memele xe un antico modo de maturir i bruschi  co`le pape, gnente sponte, taji e cusidure..
.”i pensieri di un marito preoccupato per la moglie malata :”doman xe Novo de ano,e ela qua drento, me geme el cor…
“o quelli di un papa` preoccupato per la malattia del figlio:” mio fio in ospital col brazo in geso la man snistra gonfia,nera e storta, davolte i ga tenta` xe anda`per treso,noi ga intiva`e la resta come morta…
“,ci sono versi nei quali descrive l’uso del tram:”el scricola e fis`cia su sine smusade, el bruliga, el ris`cia con brute rolade…
“,nonché del grande amore per la sua gente e per la sua città:
“amemo sai sta tera, sto mar imenso blu, con anima sinziera col cor…e sempre più…
“.Le sue poesie sono delle fotografie, dei ritagli di vita che sono lì, sempre sotto mano, per non dimenticare ma soprattutto farci avere quelle memorie che ci appartengono, anche se tanto distanti da noi, ed e`questo che me lo rende particolarmente speciale.

Tutti loro hanno contribuito a far avere a noi giovano, delle opere preziose e utili al mantenimento del nostro dialetto, della nostra cultura cioè della nostra identità`.

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E’ tornato a trovarmi,  complice mio padre che mi ha portato un libretto ritrovato

 dopo anni, in cui vivono alcune sue poesie
. Le ho rilette e mi hanno dato la stessa emozione di allora; credo sia anche merito suo se ho imparato ad amare la poesia. Non fece parte della mia vita con continuità: lo vedevo solo una volta l’anno durante le vacanze estive e in qualche visita che ci fece in altri momenti, eppure conservo di lui un ricordo estremamente dolce e vivo.

Zio Egidio era un poeta dialettale intelligente, profondo, ironico e divertente. Quando arriva il tempo delle vacanze ero felice perchè avrei ritrovato il mare e…lui.
Nelle sere d’estate si sedeva al tavolo della cucina con l’immancabile pacchetto di sigarette e la bottiglia di vino nero a portata di mano.
Piano, piano arrivavamo tutti:  l’eco dei suoi racconti ci attirava come come una forza misteriosa, bambini ed adulti indifferentemente; gli piaceva parlare, discutere, raccontare e lo sapeva fare in modo molto coinvolgente. Mi faceva ridere da non riuscire quasi più a respirare e piangere e rilettere con semplici racconti di vita.
Le sue poesie erano scritte in un dialetto simpatico che io comprendevo anche se non ero nata lì, faceva parte delle mie radici.
Erano semplici, eppure così intense! Divertenti, tristi, rabbiose, serie o comiche, mi piacevano tutte e anche quelle, per me allora incomprensibili, mi affascinavano.

A lui ho fatto leggere il mio primo pensiero scritto: una cosa ingenua, da bambina, ricordo solo che parlava della mia cagnolina di allora.
Lui lo lesse, mi guardò dritto negli occhi e mi disse: -Grazie-  Poi mi baciò sulla fronte e mi mandò a letto.

Questa è la mia preferita di quando ero bambina. Un giorno mi chiamò com’era solito fare:- Vieni un po’ qui, lenticchia…dimmi se ti piace-
E mi lesse:

EL GATISIN

Un bel miceto griso
de raza picolina
ronfava queto queto
in mezo ala cusina.

La sera za calava,
mancava la parona;
dormindo el se insognava
de qualche roba bona.

Click-clack: la ariva drento,
la pogia la cofeta;
el gato come ‘l vento
ghe beca la panzeta.

La tira suso el cotolo
qualcosa ghe Xe in…zima
(inutile che zerco
el verso che fa rima).

Se sente tirar l’acqua
la torna e la fa ciaro,
contenta siora Pasqua:
“Vien qua, miceto caro,

vien, dai, indò ti son?”
con basi e con bocuze.
“Ah, là drio quel canton
de sora le papuze?

Per ti, mio corisin,
go qualche cossa in borsa:
un bic de polmonzin”
La core là de corsa:

“Ah, gato maledeto!
Vien fora, dame  l’ lardo!”
El scampa soto el leto
“Ahimè, da qua…leopardo!

Ladron, ti me rovini
la zena del paron…
Madona! Sui piumini!
Bon Dio! Sul armeron…”

Se tombola la lampa
che stava sul comò,
el orologio a pendolo
de boto el casca zo.

La pupa ciude i oci
vizin del portafiori
e tanti strafanici
più un spargnac senza bori.

El salta dal tremò
su l’altro sinfonier,
e dopo sul borò
el spaca el cavalier
de porzelana pura…

“Oh Dio!…le coltrine,
sta perfida creatura:
stavolta xe la fine”

E lu ribalta, el sbrega,
Pasquina vol ciaparlo,
la ciolde una carega,
la ariva infin brincarlo.

“Son salva, per ‘sta sera!
Almeno ‘sto tochetin,
comprado a borsa nera:
guai se me sa el Pepin!

Saria la fin del gato
e mi?…Gesù Bambin,
va tanto el gato al lardo
che l’ofre un….svazetin!
(Egidio Milinovich)

Questa invece è una di quelle che amo particolarmente, oggi.

1 Agosto

Respiro nel crosiol del bel Quarnero,
sul picolo moleto a Costabela.
Qua tuto xe incantado: el mar fa pele,
cussì come  ‘l cacao co ‘l xe boiente,
in spiagia, un venti passi e po’ le grote,
sun sassi bianchi e grossi che i par ovi
xe granzioleti fissi come finti.
“Me spoio- penso-e fazo una nudada;
ma no, pecà, non sbrego questo incanto…”
Sul fondo basso el mus’cio fa un mosaico,
che cole zilie verdi mosse apena
el zuca dal mio cor’ un gran sospiro.
A pian diventa rossa la “fornasa”,
perchè ‘l tramonto sta “bancando” el fogo
con la lenteza viva dela vita
(non resterà le bronze par domani)-
Velado dala porpora salmastra,
me guardo drio: un’agave me fissa
coi brazi spalancadi indormenzada;
luzertole de soto, imbalsamade.
Più sora folti lavrani fa muro
Son “omo” o un “geto” in questa arcaica paze?
Son “fuso” drento – parte de sto “bronzo”?
Fadigo distacarme – el giorno more.
(Egidio Milinovich)

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Spero di non ledere i diritti di nessuno se metto qui questo articolo dedicato a zio Egidio. Link e fonte sono presenti e a me piace raccogliere in questa pagina tutto ciò che trovo su di lui. Ringrazio l’autrice di questo meraviglioso articolo che ben delinea la figura di zio Egidio, uomo semplice certo, ma intelligente e sensibile. Un uomo che ho amato anche se purtroppo non ho avuto il tempo di godere pienamente della sua presenza. Potessi averlo oggi accanto…

Personaggio emblematico di una fiumanità nobile nella sua umiltà
Milinovich come un dono della Vita

FIUME – Hanno sfidato le intemperie e gli scatenati elementi della natura le persone che sono accorse numerose per rendere omaggio a Egidio Milinovich, il cantore dialettale fiumano, giovedì sera nel Salone delle feste della Comunità degli Italiani di Fiume. A trent’anni dalla scomparsa di questa amata figura di fiumano “patoco”, la Comunità ha ricordato con affetto questo figlio di Fiume, poeta “de Barbacan”, attivista indefesso e personaggio emblematico di un certo tipo di fiumanità che aveva come soggetto il popolo onesto, rispettoso e di buon cuore: un valore enorme, specie alla luce dei tempi che stiamo vivendo.

Omaggio tutto al giovanile

Come rilevato dalla prof.ssa Maria Schiavato, intervenuta in veste di relatore, è stata una serata interamente organizzata e realizzata da forze giovani; a cominciare dall’ideatore dell’evento, Denis Stefan, sino alla coordinatrice, Stella Defranza, giornalista de “La Voce del Popolo”, alla relatrice, Kristina Blecich, agli insegnanti Roberto Nacinovich e Liviana Calderara, che hanno istruito i ragazzini delle elementari italiane “Belvedere “ e “San Nicolò”, e alle coriste della Società artistico culturale “Fratellanza”, le “eterne mule fiumane”.
Dunque, un’adesione corale giovanile, che fa ben sperare in quanto riconosce nel vernacolo fiumano – e in questo caso nella poesia di Milinovich – dei valori da trasmettere e coltivare, realtà vive ed esemplificative dell’animo e dell’identità fiumani. La fiumanità si sostanzia, si nutre del dialetto, della sua storia e dei suoi personaggi; se questa linfa venisse a mancare essa ben presto rinsecchirebbe, finendo nel pallido archivio della storia.

Cantore dell’adorata Zitavecia

La professoressa Schiavato, che bene conobbe il Nostro, ha tracciato un puntuale e sostanzioso ritratto biografico, umano, poetico di Milinovich, dalla nascita in calle Barbacan alla difficile infanzia da orfano all’impegno lavorativo al Silurificio; quindi l’adesione alla Resistenza, il suo contributo come fondatore del Coro della “Fratellanza” e promotore di tante iniziative; e infine, con la pensione, non la noia, non la sterilità, ma un fecondo periodo dell’anima e del cuore, in cui le tante poesie gli sgorgavano copiose “da dentro!”, adempiendo, nondimeno, in questo modo, a una funzione di testimonianza. Infatti, la sua adorata Fiume stava cambiando in tutti i suoi aspetti, a cominciare da quello urbanistico. “Co vedo crolar la Gomila/ che colpo nel cor, majco mila!… Me insogno? No, xe la realtà:/el mio regno xe sta ribaltà!”: è l’addolorata e sgomenta esclamazione di Milinovich davanti al piccone demolitore in “Adio Zitavecia mia!”. Una testimonianza autentica e preziosa, paragonabile – sebbene realizzata con mezzi tecnici più modesti – all’opera che il pittore Romolo Venucci dedicò alla Cittavecchia.
“Milinovich ci ha lasciato una traccia preziosa”, ha rilevato la prof.ssa Schiavato. E se la sua poesia, da un punto di vista strettamente estetico, non appartiene all’alto versificare, la spontaneità e l’umanità che l’animano suppliscono alla carenza di acculturazione letteraria e tecnica, ha fatto notare la relatrice. Infatti, è sufficente leggere una sua poesia per notare immediatamente l’istintiva fluidità, la melodiosità e il ritmo del verso; e se facciamo nostro, come criterio di valutazione “la verità degli affetti”, allora la poesia di Milinovich è grande.

Verità degli affetti, terapeutica

E terapeutica, perché al contrario del vivere virtuale e fuggente della contemporaneità, i versi del cantore fiumano parlano di vita vera, di vita vissuta e sentita, per cui fungono da “correttore esistenziale” e fattore di riappropriazione della propria interiorità e identità di persona. “C’è un qualcosa di permanente nella poesia di Milinovich”, ha fatto notare la giovane Blecich. Chiara, dalla profonda umanità del nostro poeta scaturisce l’Universalità, nella quale ognuno si può riconoscere. (Se certi professionisti e tecnici del verso avessero una briciola di autenticità del nostro Egidio…).
Kristina Blecich – studentessa di italianistica a Pola, con una tesi di laurea breve incentrata sul dialetto fiumano e una tesi di laurea specialistica in preparazione con tema la produzione poetica di Milinovich – ha sottolineato che la qualità del nostro poeta tocca il suo apice nelle poesie di carattere intimistico, in cui il profondo e toccante sentire non scade mai nel patetico, scongiurato in virtù di una secchezza e lapidarietà.

Il calore di un’umanità perduta

“La poesia di Milinovich è immediata, facilmente fruibile, a volte umoristica, altre volte profonda. I suoi versi sprigionano il calore dell’uomo, la dolcezza del padre, la nostalgia del fiumano che assiste alla devastazione del centro storico, alla scomparsa del tram elettrico, ai cambiamenti del lavoro nelle fabbriche e dello stile di vita dei suoi concittadini“, ha spiegato Blecich.
Trattare di Milinovich è impossibile senza fare riferimento al dialetto fiumano, alle sue radici e alle sue grandi risorse espressive. Come ha fatto notare la giovane relatrice: “I dialetti sono testimoni preziosi di storia civile e culturale: sono intrisi dell’intelligenza e della fatica, del sapere intellettuale e delle esperienze culturali delle popolazioni che li hanno parlati e parlano. Conoscere il dialetto significa possedere lo strumento per capire il mondo da cui siamo venuti e in cui siamo ancora immersi, non per limitare il nostro orizzonte, ma, al contrario, per collocare i fatti della nostra storia particolare nel quadro più ampio della storia e della cultura nazionale ed europea, che è fatta di tanti contributi particolari che lentamente si sono aggregati e stanno ancora aggregandosi”.

Un linguaggio concreto è passato, presente e futuro

Le radici del fiumano derivano probabilmente dal latino parlato dagli Illiri romanizzati nel VI secolo; un idioma che, non diversamente da quanto accadde a tutti gli altri dialetti, assimilò, in vario modo, influenze linguistiche germaniche, franche, longobarde, croate, ungheresi… Il fiumano popolare è un linguaggio concreto, che esprime il vivere quotidiano, le espressioni legate al sapere popolare, mentre la lingua dei ceti più alti si affina sotto l’influenza dell’italiano letterario, sebbene contaminato da etimi mutuati dal tedesco.
Al termine della sua meticolosa analisi dialettale, Kristina Blecich ha ribadito il valore del vernacolo fiumano asserendo che esso rappresenta “il nostro passato, presente e futuro”.

Deliziosi «muli» e «mule»

Deliziosi i piccoletti delle elementari che hanno recitato con convinzione alcune poesie, tra cui, “El gatisin”, “Adio Zitavecia mia!”, “La mia contrada”, “Un pusicio sul radiceto”. Le coriste hanno interpretato con “morbin” i versi di “La mia contrada”, su musica di Oscar Bogna, altro personaggio nostro da rivalutare. Il tutto integrato da proiezioni di vedute cittadine storiche. Ciliegina sulla torta, l’offerta ai presenti del saggio di Milinovich “I nostri nonni in maschera”, pubblicato nel 1970 negli “Atti” del Centro di Ricerche storiche di Rovigno. Affabile padrona di casa la presidente Agnese Superina.
Una bella serata in famiglia (ottimamente concepita) che ci ha scaldato il cuore. Milinovich è stato per noi un dono della Vita. Approfittiamone.

Fonte: “La voce del popolo”;  articolo di Patrizia Venucci Merdžo

2 risposte a “Egidio Milinovich

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