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La stella di Verona


Da più di vent’anni rende magico il “salotto buono” di Verona e si aspetta con ansia di vederla apparire, quasi sbocciare dall’interno dell’Arena, maestosa e bianchissima nei suoi 70 metri di altezza.
La si aspetta con ansia perchè mentre in fase di allestimento appare fredda e metallica quale in effetti è, una volta montata. è una meraviglia vederla sorvolare l’anfiteatro e di notte, quando le luci la illuminano, l’effetto è decisamente suggestivo

Fu ideata dall’architetto Rinaldo Olivieri come simbolo della Rassegna dei Presepi che si svolge ogni anno negli arcovoli dell’Arena
ospitando presepi da tutto il mondo.
Il sito scelto è stata davvero un’idea geniale. Gli arcovoli infatti non sono conosciuti dalle persone in quanto in essi si svolgono le attività tecniche e di preparazione delle opere liriche e durante il resto dell’anno nessuno si sogna di andarli a vedere.
Consiglio a chiunque dovesse trovarsi in città in questo periodo di andarla a visitare. Aldilà dell’aspetto religioso e di fede, questi presepi sono vere e proprie opere d’arte e la loro bellezza è valorizzata da sapienti giochi di luce, effetti speciali e musica che avvolgono il tutto in un’atmosfera assolutamente magica.
Non è possibile non lasciarsi prendere dalle emozioni e dallo stupore che fa ritornare in qualche modo bambini.

Carnevale a Verona


Anche quest’anno ci siamo…in attesa di vedere la sfilata che ogni anno diventa sempre più bella.
Tutto iniziò nel 1531, anno in cui ci fu una grave carestia che causò un aumento spropositato del prezzo della farina, tanto che i fornai si rifiutarono di vendere il pane.
La decisione provocò la ribellione dei cittadini, specie degli abitanti di S. Zeno, uno dei quartieri più poveri e popolosi della città .
Per cercare di ristabilire la calma, venne nominata una commissione formata da cittadini benestanti che acquistò e distribuì farina e grano.
Uno di questi benestanti pare fosse Tommaso da Vico che viene considerato il padre del Carnevale Veronese.
Sembra  che in punto di morte, egli abbia lasciato ordine di distribuire gratuitamente pane, vino, burro, farina e formaggio ai Sanzenati durante l’ultimo venerdì di Carnevale.

Il Carnevale di Verona si è nel tempo allargato ad ogni quartiere della città, ognuno dei quali ha la sua maschera, inventata o ispirata ad un personaggio storico o ad un mestiere.
La maschera più importante e più antica del carnevale di Verona è “Papà del Gnoco”

La sua festa si svolge il venerdì grasso e coincide con sfilata dei carri per le vie della città
È un uomo anziano, rubicondo e con una lunga barba bianca ,vestito di broccato nocciola e mantello, con una tuba rossa a cui sono attaccati dei sonagli. Ha come scettro una grande forchetta dorata, in cui è infilzato uno gnocco di patata e si muove in groppa ad un asino. Durante la sfilata, assieme ai suoi servitori (i gobeti) dispensa caramelle per i bambini e confezioni di gnocchi per gli adulti.

Un’altra maschera che a me piace molto è “
El Torototela“: un misero vestito da mendicante, un bastone con appesi dei pupazzi di pezza da agitare, qualche strofetta cantata senza pretese in cambio di offerte di cibo e vino. S’ ispira a un personaggio realmente esistito, un pover’uomo che già a metà degli anni Trenta veniva in città a chiedere l’elemosina. Il nome deriva da uno strumento a corde, una specie di chitarra, usato in Frìuli per animare gli antichi filò.

Il Venardi Gnocolàr rappresenta la chiusura del Carnevale a Verona: anche se la città trova ancora il modo per concedersi l’ultimo colpo di coda del godereccio Carnevale.

Il primo giorno di quaresima infatti c’è la grande” festa de la renga”  a Parona (località a ridosso della città)
Questa  festa si rifà ad un’abitudine risalente al tempo in cui il fiume  era navigabile e vi transitavano  zatterieri e barcaioli . Nei giorni di festa, essi erano a costretti a fermarsi  per la chiusura delle catene (barriere) al ponte chiamato appunto “Ponte Catena”
Punto obbligato di tali soste, era l’osteria della piazza del porto dove consumavano le arringhe che avevano con sè. Un cibo a lunga conservazione cucinato con la polenta.
Ma la festa diventa davvero tale quando
, il primo giorno di Quaresima, i cittadini a piedi, con il calesse, in bicicletta e alla fine dei 1800 con il trenino,  arrivano a Parona per mangiare il gustoso piatto.
Affiancata alla povera pietanza la “Renga”, c’è la “Parona” che nella fantasia popolare era l’ostessa che cucinava la pietanza e la offriva ai naviganti dei fiume ospitati nella sua osteria.

Piatti tipici del Carnevale veronese
Ovviamente gnocchi, conditi con burro fuso e formaggio grattugiato oppure con un sugo al pomodoro o, meglio ancora, con la pastissada (stracotto di cavallo o asino)
Ma anche a Verona, sono famosissime le frittelle e i “tipicissimi” t
ortèi con l’erba madre

Per concludere questo racconto non posso non mettere una poesia del nostro poeta Berto Barbarani, cantore della città e delle sue tradizioni.

Statua che la città di Verona ha dedicato al suo Poeta.
Sullo sfondo, uno scorcio di Piazza delle Erbe.

La Cabala del Gnoco

Eco qua, mondo pitoco,
la gran cabala del gnoco!

Drita in mèso a la cusina,
co la càpola de gala,           (càpola=fiocco)
me comare moscardina,
la se giusta la grembiala,
che bisogna celebrar
el gran Vendri gnocolar…!

Come capita el bon estro,
co ‘na ociada da maestro,
la marida a poco a poco,
la farina a la patata
e da forte inamorata,
la manipola el paston…!

Che el marcia in bigoli
longhi e sutili
ben tenerini,
come che va…

E ogni tanto ‘na bela infarinà…!

Fin, che via i rùgola,
tochi e tocheti,
oh che  tocheti,
che nassarà…!

E ogni tanto ‘na bela infarinà…!

E ti lavora,
gratacasola,          (gratacasola=grattuggiaformaggio)
daghe el miracolo
de la parola;
faghe i so brufoli
a fior de pansa,
che in esultansa i ridarà…

E ogni tanto ‘na bela infarinà…!

Desteso in rango
Su la tovaia,
sto fido popolo,
che mai no sbaia,

che a mesogiorno
sfida el canon;

sereno intrepido
chieto onfà l’oio,
che speta el boio
del caldieron…!

E ti lavora,
gratacasola,
daghe el miracolo
de la parola;
Grata el formaio,
sensa creansa,
che el se ghe intrufola,
drento la pansa…

E ti destrighete
butier balosso:             (butier=burro)
spiuma, desfrìsete,
sàltaghe adosso…

Pronti, el risponde
rosso brusà:

Zzzz…zzzz che el sìsola…
Gnochi, son qua!

Natale a Verona


Due pietanze non possono mancare (crisi permettendo) sulla tavola di Natale, qui a Verona: il pandoro e la pearà.
Mi piace andare a ricercare le origini di certi piatti perchè credo che anche il cibo faccia parte indissolubilmente delle nostre radici e si scoprono inoltre storie interessanti che dimostrano come il cibo segua per certi versi, la storia di un popolo. Notizie vere e leggende s’intrecciano e questo crea un indiscutibile fascino.

Per quanto riguarda il pandoro, è ormai conosciuto da tutti ma sembra che la sua origine sia da attribuire ai pasticceri viennesi, presenti in gran numero nel 1800 nelle pasticcerie veronesi. Essi avrebbero rivisitato un dolce povero, semplice e casalingo chiamato “nadalin” dalla tipica forma a stella.

Il Nadalin è certamente molto più antico: risale infatti al 1260 quando i Signori di Verona chiesero al pasticcere locale di creare un dolce simbolo della grandezza della città. Il risultato ebbe così successo che divenne il dolce cittadino per eccellenza.
Il suo aspetto di stella soffice e compatta lo collega a numerose leggende, che accostano la sua fama sia alla cometa dei Magi che ai raggi del sole, simbolo di luminosità ed energia nei riti pagani.
Si mangiava di solito al rientro dalla messa di mezzanotte, accompagnandolo con una tazza di cioccolata calda o un bicchiere di Recioto della Valpolicella
Oggi purtroppo solo poche donne anziane continuano a farlo , e quelli  di tipo industriale e, mi dispiace dirlo, sono tutta un’altra cosa.
Il Nadalin è quasi scomparso soppiantato dal suo erede: il pandoro.
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La pearà è una salsa molto piccante che si mangia col bollito, fatta con brodo, midollo di bue,(volendo c’è anche una versione senza questo ingrediente) pane grattuggiato e molto, molto pepe.

La storia ci tramanda una leggenda che fa risalire la nascita di questa pietanza all’anno 571, al tempo di Alboino e Rosmunda.
Rosmunda era figlia di Cunimondo, re dei Gepidi, ed era stata rapita dal re longobardo Alboino. Il padre di lei dichiarò guerra al longobardo ma perse miseramente e Rosmunda fu costretta a sposarlo.
Cunimondo venne ucciso e col suo cranio venne ricavata una macabra coppa dalla quale Rosmunda fu costretta a bere.
Dopo essere stata costretta a questo gesto, era talmente avvilita che decise di lasciarsi morire di fame.
Il cuoco di corte allora, vedendola tanto triste, si commosse e decise di creare per lei una pietanza che potesse ridarle energia e vitalità: nacque così la pearà. Pochi giorni dopo Rosmunda, con la complicità del suo amante Elmichi, uccise il perfido Alboino, vendicandosi.

Credo che nonostante la crisi, questi piatti possano entrare comunque nel pranzo di Natale, data l’estrema semplicità ed economicità. Magari, se il pandoro costa troppo, si può ritornare al Nadalin fatto in casa, riscoprendo un sapore dimenticato.

Santa Lucia


I bambini sono già in fibrillazione: ancora pochi giorni li separano dalla notte tanto attesa, quella tra il 12 e il 13 dicembre, la notte di Santa Lucia. Qui a Verona, come in molte città del Nord, questa è una tradizione molto sentita, peccato però che i bambini di oggi perdano molto del fascino di questa festa: i doni oggi li ricevono ad ogni piè sospinto e credo che molto del bello dell’attesa ormai non esista più.

Per noi era diverso: il 13 Dicembre era l’unico giorno, oltre a quello a quello del compleanno, in cui si riceveva un giocattolo o al massimo due (ed già era festa grande!)
Mia madre aveva una capacità sorprendente nel rendere il tavolo della cucina uno splendore per gli occhi: sapeva disporre i pochi oggetti e dolcetti per me e mio fratello, con un senso estetico che solo oggi riesco a comprendere e faceva sembrare il tutto molto più ricco di quanto in realtà non fosse.

La sera, verso le nove, la vicina di casa, munita di campanello, si faceva tutti i piani del condominio fermandosi davanti ad ogni porta dove vi fossero dei bambini e noi, impauriti ed emozionati, parlavamo con “la santa” chiedendole scusa per le marachelle.
Era tassativamente vietato richiedere doni, lei sapeva già tutto.
Poi a letto, chiudendo bene gli occhi, perchè in caso contrario, sarebbe arrivata una gran manciata di sabbia a toglierci momentaneamente la vista. Quindi tra clima “horror” e magiche visioni, iniziava l’attesa che si dissolveva nell’inevitabile arrivo del sonno.
Il giorno dopo, verso l’alba, eravamo già in cucina e quei colori, quel profumo di biscotti e mandarini mi prende ancora ogni mattina del 13 dicembre, anche se la mia cucina ora ha l’aspetto di tutti gli altri giorni.
A un lato del tavolo rimanevano il piatto e il bicchiere con qualche avanzo di pane e polenta, segno inequivocabile che somarello e castaldo si erano adeguatamente rifocillati. Era la prima cosa che andavamo a vedere: lì stava tutto il senso del mistero e della magia.

Poi, cominciava la festa, la cui origine è molto antica.
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Piccolo miracolo


D’estate, quando il sole è sulla strada del ritorno e la luce tinge d’arancione le pietre del castello, l’albero manifesta la vita, sempre così silente in lui e comincia a parlare.
Le parole escono dapprima sommessamente, tra un strano ondeggiare di foglie mosse da un invisibile vento e poi esplodono in un canto improvviso, lanciato forte contro l’azzurro.

E’ in quel momento che lo sguardo si volge verso il cielo e rimane, esterefatto e immobile, a fissare centinaia e centinaia di piccole note alate volteggiare intorno all’albero, circondarlo in un allegro girotondo, disegnare una nuvola buona per farsi annunciare. Una corona di musica solo per lui.
Giocano e scherzano per poi correre a nascondersi nell’abbraccio di quelle forti braccia protettrici.

E’ allora che l’albero  parla a chi gli passa accanto senza vederlo, a chi rincorre pensieri pesanti come nubi di pioggia, a chi sta tornando stanco, a chi è felice o triste e non sa perchè. E ognuno lo ascolta, con lo sguardo appeso al cielo.
Poi, piano piano, l’intensa voce si placa e diventa un sommesso bisbiglio; l’albero parla sottovoce per non disturbare i sogni che lentamente s’involano nella notte.

Mi piace pensare che si tratti di uno scambio voluto: in cambio del nascondiglio sicuro tra le fitte foglie, tra i duri e possenti rami, gli uccelli regalano all’albero la loro voce affinchè esso possa parlare.
Parlare a noi che distratti camminiamo veloci, con la testa immersa nella nostra quotidianità e non ci accorgiamo di ciò che abbiamo intorno.
L’albero ci costringe ad alzare lo sguardo verso il cielo.

© Patrizia.M.