Silenzio


Ogni silenzio della poesia
è un annaspare furioso,
con le mani aggrappate ai bordi
del dentro e del fuori
Alla ricerca di un incrocio.

© Patrizia.M

49470842

3 risposte a “Silenzio

  1. Mi ci ritrovo completamente.

  2. Coinvolgente! Sorriso,65Luna

  3. La fisicità delle tue parole, mia carissima Patrizia, sta nel Silenzio, che tratti come carne viva, che si aggrappa al dentro e fuori, che sono i lebi di una tremenda ferita che sanguina vita, sentimenti, linfa acerba…
    Scrivi poco, in questo periodo, e potrebbe essere anche un bene, perchè le parole si condensano come acini uva messi a passire, e gocciolano nettare essenziale del sentire con gli occhi dell’anima.

    Questi versi di oggi danno immagine all’annaspare furioso che m’immagino di vedere dentro di te, quel correre del dire e non dire fra il dentro ed il fuori delle parole che sanno morire per strada, prima di apparire all’angolo della vita.
    Le parole sanno scomparire come fantasmi, ma sanno colpire come dardi infuocati, pietre, colpi di bombarda dolorosi, dolenti, distruttivi…
    Sanno accarezzare e infuocare, eccitare e portare all’estasi.
    Ma sanno anche sfuggire, ignorare, evitare, eludere, sfiorare, accennare, confondere, fingere, mentire…
    Ed una lotta.
    All’ultimo sangue.
    I grandi poeti – noi siamo dilettanti, io, tu, lo sai – in quella lotta si sfibrano, si consumano, soffrono….
    Anche noi …
    Restiamo aggrappati… alla ricerca di un incrocio… o forse perduti in quell’incrocio, come molecole di vita sospese all’incrocio di un senso, di un significato, di un destino…
    MI fai venire in mente certe immagini della folla di Tokyo, dove gli uomini si sfanno come parole in cerca di un contenuto, suoni che cercano un contenuto, per sfuggire al terrore del silenzio.
    Ogni uomo ha un nome, che è un suono, cioè una parola.
    Rubare ad un uomo il nome è, forse, il modo più crudele di ucciderlo, perchè quello, col corpo che non è ancora insensibile materia inerte, resta nel mondo senza un modo di essere evocato.
    Un fantasma di carne.
    Un morto che cammina.
    Uno zombie.
    Una creatura del mondo degli incubi…
    Ecco, la lotta delle parole è questa, sfuggire a quell’ipotetico furto.
    Le tue parole non evocano la più crudele delle condanne, ma il formicolare che si forma sulle labbra, alle volte, sulle quali solletica il racconto dell’anima.

    Ma voglio tranquillizzarti, Amica mia, ti voglio dire che, almeno per me, ciò che è davvero importante è che quel formicolare, quel solletico continui a testimoniare che l’anima che abbiamo è viva come non mai.
    Non importa se “la Musa” usa la nostra bocca per parlare… quello è il problema degli Eletti, Omero, il Re lucertola, o i mille altri poeti/artisti che hanno lottato, lottano, o lotteranno domani, corpo a corpo, con quei mostri…
    A noi basta sentirci vivi, sentire l’anima pulsare, raccontare, anche solo balbettando: in mezzo ad un esercito di muti zombie, noi sappiamo di essere vivi.
    E ci possiamo permettere il lusso, addirittura, di credere che gli zombies non siano altro che altri esseri che balbettano lingue diverse, ma pur sempre uomini come noi, difficili a farci capire, impegnati permanentemente nella perenne lotta che combattiamo per tenere dentro o fare uscire fuori le nostre parole, del cui senso non possiamo essere certi fino in fondo, ma che ci sono necessarie come l’aria per non morire soffocati come zombie…
    Zombie in lotta per la vita, noi, loro, ogni uomo…
    Non ci restano che i balbettìi, i tentativi di parola, quegli incroci dove cerchiamo la giusta direzione…
    La tua poesia, vedi, cara, arriva lontano… perchè il dentro e il fuori è la materia incerta di cui siamo fatti tutti quanti.

    Un bacione,
    Piero

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