10 Febbraio 2014


Radici
Ho radici immerse
nel dolore di un mare
troppo lontano.
 
S’avvolgono al rumore dei carri
alle masserizie accatastate in umida precarietà
ai silenziosi addii dal ponte di una nave.
 
Esuli senza terra
i ricordi tinti di sangue e lacrime
si fissano
nello strazio di un abbandono.
 © Patrizia.M.

 

Intervista ad Anna Rismondo

Il racconto di Anna Rismondo mi è piaciuto molto perchè racconta una pagina di storia in tutta la sua drammaticità ma con un taglio  di narrazione che rende il tutto molto coinvolgente e nello stesso tempo preciso. E’ un racconto che va ad indagare l’aspetto umano di questo tragico evento storico che è quello che a me, interessa di più.
Anche l’introduzione, più prettamente storica risulta interessante e chiarificatrice.

Ho scelto questo testo anche per un motivo sentimentale:  perchè ho conosciuto il papà della signora Anna, maestro nella scuola elementare che anch’io ho frequentato. Non è stato il mio insegnante, ma ricordo bene come invidiavo i suoi alunni…
Ricordo il suono del violino che proveniva dalla sua classe e come m’incantavo a sentirlo suonare durante le recite scolastiche.
Ricordo quando entravo di soppiatto nella sua aula per vedere i terrari sui davanzali, pieni di animaletti vari. E ricordo quando chiedevo a qualche suo alunno di farmi innaffiare le piante al suo posto e lui mi concedeva  (a volte) questo privilegio.
Era avanti anni luce ed eravamo solo alla metà degli anni ’60.

2 risposte a “10 Febbraio 2014

  1. Una Ricorrenza che ancora oggi rimane nell’oblio, saggia decisione sarebbe se questo 10 febbraio venisse raccontato, attraverso immagini e testimonianze nelle scuole, per tenere vivo il ricordo dei tristi avvenimenti, soltanto così potremo formare la coscienza civile delle nuove generazioni.

  2. Cara Patrizia,
    la vita nostra, in qualche modo ormai si è fatta storia. Storia, come quella di cui parla De Gregori, la storia siamo noi, un piatto di grano…
    Ci portiamo appresso chicchi di memoria; i ricordi dei nostri genitori, dei nostri parenti – in qualche modo accomuno la tua esperienza a quella dei miei, che seppure diverse, sono esperienze “storiche” senz’altro – si sono depositati dentro di noi, distillati delle voci che ci raccontavano, dei volti che testimoniavano, dei cuori che ci trasformavano…
    Adesso che abbiamo una memoria da tramandare, possiamo chiamare quella memoria con il nome di storia: perchè la memoria diventa storia quando i volti dei personaggi che ci portiamo dentro sono scritti con i colori del bianco e nero.
    Io così vedo il volto di qual generoso maestro, in bianco e nero, come in un documentario di Raistoria. Perchè tu lo hai dipinto così.

    Voglio dire che questa storia che ormai rappresentiamo – ripeto, Pat, storia di gente comune, storia vera, storia viva – è forse il capitale più importante che abbiamo.
    Tu mi parlavi dei ragazzini di dieci anni che guardi ogni giorno crescere a scuola: loro sono gli eredi, in qualche modo, di questa storia. I tuoi nipoti, se ne hai.
    Loro, i ragazzi, i giovani, sono le terre più fertili dove seminare i piccoli semi.
    Ma, direi anche che poi seminiamo comunque, anche dove il terreno non è fertile. Semi che crescono anche sulla terra secca, sulla roccia.
    Portano frutti striminziti, frutti riarsi, perchè la terra in cui viviamo ogni giorno è quel che è, terra secca, arsa, pietrosa, roccia.
    Ma noi siamo semi.
    Semi di storia.
    Semi di storia di ogni giorno.
    Per questo i piccoli gesti che facciamo – anche qui sul web – per lasciare una traccia equivalgono al gesto di seminare.

    Non importa il raccolto, cara Amica mia.
    Non è quello che conta.
    Conta invece la semina.
    Il raccolto dipende da chi sta là fuori.
    Ma finchè c’è un seme che ha attecchito, c’è ancora la possibilità della speranza.

    Un abbraccio,
    Piero

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