27 gennaio 2014


I suoi abissi  (Vladimir Holan)

Grandezza d’amore misurata con la distanza
che ci separa da colui che non ama.
Abbiate paura della vasta pianura,
poiché i suoi abissi sono dovunque.
E anche questo è oltre il nostro potere,
che c‘è più uomo nella belva
che in ogni altro animale…

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2 risposte a “27 gennaio 2014

  1. Ricordo bene lo splendido reportage che facesti della tua visita ad Auschwitz. L’olocausto è diventato simbolo sotto il quale mi sento di accomunare i troppi orrori di cui l’uomo si è macchiato. Vero è che in quegli stessi orrori, spuntavano fiori: persone che si ribellavano, che aiutavano a proprio rischio, generosità che andavano oltre l’istinto di sopravvivenza.
    Vita e morte, amore e odio, grandezza e miseria. Questi siamo sempre stati e questo saremo sempre. Questo non per dire che è inutile lottare, questo mai! Lottare sì, opporsi, ma con la consapevolezza che l’opporsi sarò sempre il compito principale dei giusti.
    Una riflessione mi è nata dalle tue parole, dal paragone con la belva sanguinaria, che proprio perchè sappiamo pericolosa, ci premuniamo di isolare. Ma vedi, io credo che ci sia una differenza: la bestia feroce si mostra quale essa è, è immediatamente riconoscibile. Non lo stesso avviene con l’uomo e quindi è anche più difficile difendersi.Ma questo è solo un pensiero in più che nulla toglie al dovere che dobbiamo al mondo.
    Altro abbraccio! 🙂

  2. Eh, amica mia, parole perfette, quelle del poeta che hai scelto per la giornata della memoria.
    Vladimir Holan.
    Non lo conosco.
    Non ho letto niente di suo.
    Ma ha scelto, lui, e tu hai scelto lui, parole che sanno dare il senso dell’abisso pur senza entrarci dentro.
    Quella distanza che separa l’amore dal non amore, e soprattutto quell’essere uomo che più belva non si può.
    E’ vero.
    E’ così.
    E se la smettessimo di baloccarci con sdolcinate immagini dell’uomo “buono” sarebbe forse meglio, per prendere le misure con questa belva umana che fingiamo di non conoscere.
    Che, forse, con una fiera sanguinaria, non sappiamo costruire trappole o recinti per impedirgli di nuocere?
    Proprio perchè riconosciamo che è belva e sanguinaria, costruiamo meccanismi più efficiente per poterne evitare i pericoli.
    E con la belva umana?
    Fingendo che sia una belva buona ne trascuriamo i rischi.
    E finiamo tra le sue grinfie, quand’anche non ci infiliamo noi tra le sue fauci spalancate.
    Allora, che sia riconosciuto.
    L’uomo è belva.
    E così possiamo cercare di imbrigliarne la ferocia.

    E che, forse un cucciolo di fiera non ama sempre la sua mamma?
    E allora anche il nostro lato buono sarà valorizzato.
    Sappiamo che possiamo elevarci alle vette più estreme, che la bontà, il sacrificio, il coraggio, la virtù sono l’altra faccia della belva.
    E allora, nel recinto, ci sia pure spazio per i templi, gli altari i talami, i roseti…
    Ad Auschwitz, non si può non sentire questo sentimento di ambivalenza, di profondità, di spessore che caratterizza l’essere umano.
    Quando ci andai, l’anno scorso, mi colpirono i fiori, gialli e bianchi, selvatici e ignari, che crescevano nella terra dove pochi decenni fa erano scorsi sangue, dolore e disperazione.
    Quasi le ceneri dei corpi fossero concime.
    E i fiori sorrisi spensierati.
    Uno scandalo!
    Ma il mondo, la vita, non è questo, forse?
    Per chi muore c’è solo l’oblìo, che presto o tardi seppellisce più profondamente di un metro di terra.
    E lo fa in modo più definitivo sicuramente!

    La foto che hai messo nel post è bellissima.
    Il fiore più bello, più sensuale, più erotico, senso di vita, amore, passione, non stona affatto sullo sfondo della porta dell’inferno.
    Perchè questo è la vita.
    Desiderio, passione, amore.
    Sullo sfondo della morte.
    Anche ad Auschwitz regna lo scandalo della vita.
    Noi, gli esseri umani, usano la rosa come simbolo di vita.
    Rossa, vita passionale.
    Bianca, vita virginale, pura, innocente.
    Ma pure che sia il colore della perfezione, nessun fiore potrà nascondere l’oscena verità della vita: farla in barba alla morte, ignorarla, fingere che non sia.
    Così, ad Auschwitz.
    La morte.
    La morte per bocca della belva.
    Morte che un semplice fiore può prendere in giro.
    Un fiore nato dalla cruda terra.

    Un bacio, amica mia.
    Piero

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