Temporale


Abbaia
Voce da padrone
Quattro
Forse cinque
Colpi secchi come ordini

E noi vigliacchi ubbidiamo
Diamo quel che chiede
II silenzio.

E in silenzio godiamo del nostro stesso dono.

© Patrizia.M.

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4 risposte a “Temporale

  1. Il silenzio spesso è un dolce rifugio, necessario…quasi essenziale!
    Bellissimi versi, profondi e intensi.
    Leggerti è sempre coinvolgente.
    Un abbraccio

  2. Caro Amico, sei riuscito a cogliere immediatamente il senso immediato di questo mio tentativo (l’ultima parte del tuo commento. E’ vero, tutto è partito da lì, da un temporale e da un particolare che mi è saltato agli occhi (il silenzio). Poi, come sempre, hai saputo allargare in immagini e pensieri che io avevo visto solo in parte. E come sempre, hai trasformato dei semplici scarabocchi, in qualcosa di molto più profondo e complesso. Questi tuoi pensieri mi avevano sfiorato, per alcuni aspetti, rileggendo ciò che avevo scritto, ma non avrei saputo renderli in modo così completo.
    E’ vero, e tu lo sai, che per me il concetto o meglio, il senso del rifugio, del nascondersi quasi,, è un’ancora di salvezza. e’ se vuoi, una specie di mondo parallelo, alternativo alla realtà. Non se questo sia giusto o no, ma penso che se questo non diventa isolamento assoluto, sia l’unico modo per sopravvivere. Poi, certo, si vive nella realtà, con essa ci si confronta e ci si scontra, ma che sollievo avere un rifugio in cui nascondersi nei momenti in cui la stanchezza diventa un po’ troppo pesante…
    Sono quei momenti in cui si può scordare anche del resto, di tutto quello che di noi non ci piace, della consapevolezza d’essere intrisi di bene e di male, del viso che vediamo allo specchio e che a volte è proprio la fonte di quella stanchezza…

    Sai che l’affetto è ricambiato vero? In modo semplice, chiaro e trasparente,
    Un abbraccio grande 🙂

    P.S. I nuvoloni ci sono ancora purtroppo, ma cerco di tenerli lontani. e di pensare in positivo.

  3. Posso confessarti che mi hanno dato i brividi le tue parole?
    Cupe e profonde.
    Dolorose e dolenti.
    La constatazione di ferite aperte nell’animo umano.
    La constatazione che non c’è medicina per curare quel male.
    Il tuo silenzio è una morfina, un palliativo.
    Se non addirittura una forma di suicidio assistito.
    Da noi stessi.
    Scusa, sai che a volte le mie sensazioni si fanno sopraffare dalle parole che uso per descriverle.
    Ma quei brividi che ti ho detto derivano dalla mancanza di qualsiasi senso di speranza.
    Hai fatto una diagnosi.
    Hai scattato una fotografia dell’invisibile animo umano, non hai tracciato un disegno, uno schizzo, un abbozzo fuggevole.
    Non ci si può sbagliare.
    Siamo così.
    E questo mette i brividi.

    Ma lo sai che il mio affetto per te è molto forte e quindi non posso fermarmi a questo stadio delle mie considerazioni.
    Non ho provato alcun senso di fine definitiva, di morte, in questi pur cupi versi.
    Non si respira un senso di corruzione della materia o dello spirito, di putredine.
    No, in questi versi non abita la Tenebrosa.
    Questa è la faccia che non ci piace guardare di noi stessi.
    Questo è lo specchio che ci riflette l’immagine più profonda di noi.
    E’ ciò che vedono gli occhi della Gorgone e che, nel mito, dovevano essere specchi che restituivano immagini dell’uomo come questa che hai descritto tu. Per questo impietrivano, coloro che guardavano in quegli occhi/specchi.

    Si può impietrire di fronte alla verità di se stessi?
    Forse è eccessiva la mia parola. Ancora sfugge al guinzaglio.
    Ma si può rabbrividire, di fronte a noi stessi.
    Lo sai che a volte ho parlato anche io delle stesse cose.
    Siamo impastati di bene e di male.
    Ormai ho le idee chiare, al proposito.
    Solo così possiamo vivere.
    A volte, portare in chiaro la faccia oscura dell’uomo può dare i giramenti di testa.
    Ma la verità resta la verità.
    Anzi, una parte della verità. Che, al completo, nell’intero universo dell’Uomo non potremo conoscere mai tutta insieme, completa.

    Poi, amica mia del cuore (passami il termine, è sempre detto con rispetto e correttezza), mi rendo conto che c’è un altro livello di lettura dei tuoi versi.
    Il temporale con i suoi scoppi di tosse, i suoi latrati di grandine, il nostro innato terrore nascosto che ci acquatta nel silenzio e che si nutre di quel silenzio. Se ne sazia. Se ne bea.
    Ecco, non è così? Non è questo il soggetto reale della tua poesia?
    Ma, ti chiederei, allora, di cos’è che si nutre quel terrore nascosto? Cosa teme l’animo nostro quando il Cerbero abbaia?
    Non è forse, quel Cerbero, il guardiano dei nostri incubi più profondi? Non sono, quegli incubi, i fantasmi del nostro essere che non vogliamo guardare negli occhi?
    Non è quel silenzio il nascondiglio in cui ci rifugiamo per non farci preda della parte oscura di noi stessi?
    E è, quel senso di sazietà che ci dona il silenzio, quel vile sollievo dalla paura che dona la provvisorietà del nascondiglio in cui ci andiamo a rifugiare?

    Un abbraccio,
    Piero

    PS.
    Si sono dissolti i nuvoloni che sono passati sul tuo cielo in questo periodo?
    (Un bacio)

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