Perdono Hiroshima (Eugen Jebeleanu)


Perdono, Hiroshima.
Perdono per ogni passo
che tocca una ferita, apre una cicatrice.
Perdono per ogni sguardo,
che duole, anche se carezzevole.
Perdono per ogni parola
che turba il cielo in cui cerchi
i tuoi bambini,
popoli di bambini che perdesti per sempre.
Tomba
inesistente. Vento. vento. vento.
E’ la loro voce che ora piano suona
ogni giorno più spenta,
solo nel ricordo.
Oh, cimiteri
inesistenti. inesistenti. inesistenti.
Voler piangere e non poter stringere fra le braccia
nemmeno un’urna, una tomba almeno.

Dove sono i tuoi bambini, Hiroshima? Forse
nell’oceano
d’argento indifferente.
Forse nel mausoleo infinito
del cielo.
O forse, proprio su questa terra
che io calpesto.
Ogni passo io lo traccio con timore.
Ogni pezzo di terra
nasconde una bara.
Mi sembra che la terra
da me calpestata gridi: – Mamma.

Ahi, aria di smalto, dammi le ali,
che io mi innalzi leggero
per non urtare col passo delle ferite,
che l’ala mia tagli l’aria, come d’angelo.
Ma sfavillando dalle migliaia di lesioni,
si avvicina Hiroshima a me,
si avvicina e si china piano
e mi fa segno:
vieni, amico
e vedi ciò che è stato,
ciò che è.
E narra.

(E. Jebeleanu)

3 risposte a “Perdono Hiroshima (Eugen Jebeleanu)

  1. Si, dice la città ferita al poeta, vieni, tocca le ferite e racconta.
    Perchè il poeta ha il dono di fare la verità, non nel senso di dire o creare o immaginare cose vere che stanno nella sua testa, ma nel senso di dire le cose che, passando davanti agli occhi, s’intingono dei sentimenti che stanno in fondo al cuore. E quelle cose, città ferite, eroi, dei, o minuti dettagli della realtà di ogni giorno, niente sono fintanto che i sentimenti che stanno in fondo al cuore non gli infondono il senso della verità.
    Il cuore.
    Io chiamo così quella caverna profonda come un abisso, e chiamo sentimenti quei fiumi che scorrono laggiù.
    Non si tratta di qualcosa di banalmente romantico, quanto, piuttosto, di na semplificazione del linguaggio.
    Quello che prende nome cuore e gli altri, quelli che chiamo sentimenti, sono il soffio della coscienza che li rende reali, veri. Il soffio della coscienza: un’altra espressione che ha poco significato, in sè e per sè.
    Le rovine ancora fumanti di Hiroshima, i corpi inceneriti, la distruzione la desolazione che hanno fatto da panorama alle ore ed ai giorni numerosi che sno venuti dopo l’esplosione sarebbero immagini di rovina e di desolazione non diverse da qualunque devastazione di qualunque plaga della terra se non soffiasse forte quel respiro della coscienza, quella corrente che rimbomba nelle caverne del cuore.
    Il fuoco di un vulcano non è come il fuoco di una bomba, e la morte per mano del fato non è come la morte per mano dell’uomo.
    Un colpo di pistola è diverso da una bomba atomica non solo per scala e dimensione della distruzione che provoca, ma anche, anzi, soprattutto per l’immensa eco che provoca in quelle caverne laggiù.
    Questo, dice la città ferita al poeta, quando lo invita ad aprire gli occhi, a farsi coraggio, a guardare, per poter narrare ciò che ha visto, ciò che il cuore ha reso vero.

    Lo so, coscienza, cultura, memoria, storia, valori, etica, morale… sono tanti nomi di cose che i filosofi hanno discusso a lungo e con tanto entusiasmo. Non si può e non si deve, non si dovrebbe commettere l’errore di banalizzare i mille sensi differenti che ciascuna sfumatura di quei termini assume nel campo politico, religioso, civile…
    Lo so.
    Il Male si nutre di queste semplificazioni.
    Ma un racconto non può perdersi in mille dettagli.
    Il poeta non può legare il suo cuore a mille sfumature di parole.
    Lui usa quelle che gli servono, non una di più nè una di meno.
    Il poeta deve guardare e narrare.
    E così, alla città ferita bastano solo le due parole che la delimitano, senza doversi preoccupare di elencare il numero delle case che sono state distrutte, nè i loro indirizzi, nè il nome di ogni cittadino che è stato divorato dal mostro di fuoco, nè l’esatta collocazione delle ferite nè i mille mille segni del disfacimento morale dell’uomo che ha progettato tanto male, nè di quello che ha premuto il grilletto, nè di quelli che ne avevano provocato la possibilità, nè dell’infinita catena di responsabilità che hanno reso possibile la realizzazione… che senza qesti infiniti dettagli e concatenazioni di cause ed effetti, ogni denuncia finirebbe per risultare incompleta.
    Invece, al poeta bastano le sole due parole: città ferita.
    Ed il cuore sa infondere a quelle due parole il senso giusto per condannare tanta atrocità.
    Un abbraccio.
    Piero

  2. “Perdono” è una parola grande che difetta nella bocca, a sentirla pronunciare lascia un segno profondo d’intima riflessione. t.t.

  3. Stupendo il contenuto umano di questa poesia contrapposto al crudele, bestiale intervento militare che cancellò non soltanto due città ma anche più di una generazione di bambini. Non basteranno mille anni per cancellare dal cuore della storia la barbarie dell’evento. I gendarmi del mondo sono sempre pronti ad usare ed a vendere ad altri le loro armi di distruzione di massa. E continuano a farlo!!!

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