Giornata del ricordo


Con la legge n. 92 del 30 marzo2004 viene istituita la giornata del ricordo in memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata.

giorno_ricordo

Dopo otto anni di celebrazione del Giorno del ricordo ne sappiamo sicuramente si più . Conosciamo le foibe, cosa sono, conosciamo di più gli avvenimenti anche se non ancora completamente.
Dell’esodo invece si sa molto meno. Io stessa mi sono trovata e mi trovo ancora spesso, a dover spiegare l’origine del mio cognome e mi accorgo che sono tante le persone che non sanno che migliaia di persone hanno dovuto lasciare tutto e hanno dovuto affrontare difficoltà enormi ostacolate spesso dai loro stessi connazionali.

 esuli_istriani

Mio padre è uno di quei 250.000 che subito dopo la guerra abbandonarono le loro città per rimanere italiani.
Conosco bene la loro storia: esuli in patria, senza più nulla se non la loro vita, costretti in campi profughi per anni, spesso rifiutati perchè ritenuti fascisti che scappavano di fronte al nuovo regime.

Conosco gli occhi lucidi di mio padre ogni volta che torna nella sua terra e ritrova le sue radici ed i suoi ricordi. E ricordo mio nonno che, ormai anziano, gli chiedeva di riportarlo a Fiume per l’ultima volta.

Non mi piacciono e non mi interessano le strumentalizzazioni che ho trovato in quantità inquietante sui video di youtube e su internet in generale.
Io conosco la storia di mio padre e di mio nonno che tutto era tranne che fascista. Conosco i racconti che mio padre mi ha fatto sulle persone scomparse in quel periodo e mai più ritornate.

foibe

foibe_R400

Voglio ricordare questi fatti perchè aldilà delle ragioni da una parte e dall’altra, delle interpretazioni, delle convinzioni di ognuno di noi, queste pagine di storia non vanno dimenticate.
Perchè  nessuno viva più tutto questo orrore e perchè  nessuno più,  in nessun angolo del mondo, sia costretto a lasciare la sua terra se non vuole.
per chi volesse approfondire la conoscenza su questi fatti

8 risposte a “Giornata del ricordo

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  4. Cara Patrizia, innanzitutto, un abbraccio!
    Conosco un pò più di te, attraverso queste tue parole, un pò più della nostra storia, che ci sfugge sempre. Spesso ci accorgiamo che ciò che ci hanno fatto studiare è vero… solo in patre, è deformato, pieno di lacune, dimenticanze, disotrsioni più o meno gravi.
    Vivere i fatti sulla propria pelle è tutta un’altra cosa.
    Certo, non si può fare in modo da condividere direttamente le esperienze vissute in prima persona, ma si può fare in modo che il racconto di quelle esperienze arrivi fino ai nostri cuori.
    Tu sai, Patrizia, che molte volte ho provato a raccontare il modo, la strada,attraverso cui le cose, i racconti, le esperienze, la vita passano da uno dei nostri sensi, l’occhio, l’orecchio, la bocca …,, il buco in fondo ad ognuno di quuesti organi termina in un altro luogo, in un’altra dimensione, in fondo alla nostra anima, in fondo al nostro cuore, alla nostra coscienza… è un raccontare che mi piace molto, perchè descrive una zona della nostra percezione alla qualenon prestiamo attenzione, soliotamente, ne disconosciamo l’esistenza, ne dimentichiamo e sottovalutiamo l’importanza … e invece è proprio lungo quella linea dei nostri fasci nervosi che avviene qualcosa di misterioso e fondamentale, per noi. Lungo

    • Lungo quelle strade (scusa, continuo, mi è … partito uncolpo) il mondo, la vita, il bene, il malel, le cose, il passato, il presente, diventano memoria, speranza, futuro.
      Per quelle strade le cose che sarebbero inanimate, insensibili, insensate, si trasformano, da fatto esterno, chimica che non ci appartiene fisicamente, … ecco, lungo quelle strade la vita, il mondo si unisce a noi.
      O forse dovrei, più precisamente, dire che noi così, attraverso quelle strade ci uniamo alla vita, diventiamo tutt’uno, senza separazione, con il mondo… passa di là il nostro essere universali, il nostro appartenere all’eterno…
      Dicevo questo perchè c’è una cosa che volevo dirti, ma mi serviva una premessa … profonda.
      Non hai raccontato molti dettagli della tua memoria di questo giorno del ricordo.
      Hai accennato, in questo post, ad una parte della tua vita, di quella della tua famiglia, a qualcosa di molto vasto, di molto importante, a qualcosa che è dentro di te come … un mare di lava.. ma … non ne hai in definitiva detto molto.
      … davvero mi piacerebbe sentirti raccontare di più di tutto questo.
      So che non conta a niente il mio desiderio, ma hai aperto una porta, quella della vita vera, della memoria, del vissuto, della storia che si fa carne, ricordo, sangue, lacrime… che si fa occhio, come l’occhio di tuo nonno, che si fa voce, come quella di tuo padre … che si fa segno, come quello che ti porti dentro … come quello che mi piacerebbe sentirti raccontare, con i segni della scrittura, magari in una tua pagina, qui, da te, o, se vuoi, da me, ne sarei davvero felice, seriamente contento.

      Un grosso abbraccio, amica mia (tu hai una vita,… non so come dire, hai un sangue che palpita, gorgoglia, travolge, conquista … q è qualcosa di veramente prezioso. Per questo ti voglio bene.

      • Scusa, Patrizia, a parte la conclusione rappezzata (la q senza seguito sta per questo), manca la parentesi chiusa e manca anche la firma! Ma aparte questo, ho letto in ritardo il racconto di Cordialdo.
        Volevo stringere anche lui nell’abbraccio.
        Mi avete fatto venire in mente i racconti di mia madre sulla sua esperienza della guerra.
        Non mi allungo, ora, qui. sarei crudele ad approfittare dello spazio tuo, sarebbe un furto. Ma vi invito, se vi va, sulla repubblica indipendente. Apro un post sulla memoria … di casa… chiamiamola così.
        Vorrei che foste anche voi a scrivere quella pagina.
        Se vi fa piacere sulla vostra mail vi mando le coordinate (userid e password) per scrivere sulla mia pagina (mandatemi un messaggio su pierperrone@gmail.com ed io vi rispondo con le coordinate).
        Un abbraccio ancora.
        Piero

  5. Ciao Patrizia. Conosco i fatti da te ricordati non per averli letti ma per averli sentiti raccontare dalla viva voce di chi quegli eventi li aveva vissuti sulla propria pelle.
    Quando, infatti, negli anni ’50 arrivai a Novara, trovai che nella periferia della città, quasi in mezzo alle risaie, era stato costruito un grande villaggio per ospitare i profughi che, a migliaia, vi erano stati trasferiti per l’esodo giuliano-dalmata. Quel Villaggio prese il nome di “Villaggio Dalmazia”, esiste ancora e divenne una della frazioni della città di Novara.
    Allora la città era ancora a misura d’uomo; aveva solo circa 50 mila abitanti e, attraverso i coetanei, conoscevamo buona parte delle famiglie.
    Ricordo che, allora, il mio impatto emotivo con alcune di quelle storie di cui venivo a conoscenza dai “vecchi” delle famiglie era una cosa che mi faceva star male.
    Passò qualche anno, insegnavo e nella mia scuola arrivò una giovane collega la cui famiglia si era praticamente dissolta, smembrata: lei era riuscita a scappare insieme agli zii in territorio italiano mentre il padre e la madre erano stati costretti, non so perchè, a restare. dall’altra parte dove non era più Italia..
    Io, figlio di un antifascista, relegato per ben 8 anni al confino dal regime fascista, ebbi occasione di conoscere a Roma Pietro Nenni, segretario nazionale del PSI e Ministro degli Interni nel primo governo di centro-sinistra.
    Conoscevo la storia della mamma di quella mia giovane collega che, dopo la morte del marito, aveva cercato in tutti i modi di ricongiungersi con la figlia ma inutilmente. Aveva ottenuto solamente di poter venire a Novara dalla figlia una sola volta all’anno con un permesso di pochi giorni ma gli era sempre stata negata la possibilità di riottenere la cittadinanza italiana.
    L’occasione era ghiotta per me e raccontai a Nenni la storia di quella povera donna alla quale veniva negata la possibilità di riappropriarsi della sua vera cittadinanza senza giustificazione alcuna-
    Nenni fu turbato dal mio racconto. Mi pregò di scrivergli i dati essenziali, nome e cognome della signora e, senza promettermi nulla, mi assicurò che avrebbe studiato il caso.
    Era, primavera. Alla vigilia di Natale dello stesso anno quella dolcissima signora era a Novara con il suo passaporto italiano. Aveva ottenuto la cittadinanza italiana per tanti anni desiderata inutilmente. A distanza di tanti anni anni, non ricordo più il nome di quella signora e non vivo più a Novara dal 1994. Non so quindi più nulla di quella già allora anziana signora e non ho notizie della mia collega che prima che io lasciassi Novara si era sposata ed aveva dei figli.
    La lettura del tuo post ha riportato alla mia memoria cose apprese e conosciute in quell’epoca.
    Ciao e grazie di farmi ricordare con te questa giornata del ricordo che ha la stessa dignità di tutte le altre.
    Un abbraccio.Osv

  6. Cara Patrizia, ti confesso di conoscere molto poco questi avvenimenti che hai così bene esposti, colgo l’occasione per approfondire la storia.
    Ti ringrazio e saluto
    Lucia

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