Alfonsina Storni


Alfonsina Storni, è una potessa argentina (1892-1938) che mi coinvolge totalmente per l’intensa forza emozionale, oltre che per il deciso e consapevole orgoglio d’essere donna, in un periodo in cui le convenzioni ammettevano per la donna un solo ruolo.

Potrebbe essere

Potrebbe essere che ciò che nel verso ho sentito
Non fosse altro che ciò che mai ha potuto essere,
Non fosse altro che qualcosa di vietato e represso
Di famiglia in famiglia, di donna in donna.

Dicono che nei solari della mia gente, era indicato
tutto quello che si doveva fare…
Dicono che le donne della mia casa materna
fossero silenziose… Ah, bene poteva essere…

A volte in mia madre spuntarono desideri
di liberarsi, ma le saliva agli occhi
un’onda di amarezza, e nell’oscurità piangeva.

E tutto questo travaglio, vinto, mutilato,
Tutto questo stava racchiuso nella sua anima,
Penso que senza volerlo, io l’ho liberato.

***************************************

Io sono come la lupa, me ne vado sola e rido
dovunque sia, poichè ho una mano
che sa lavorare e un cervello sano.

Chi mi può seguire venga con me,
ma io me ne sto ritta, di fronte al nemico,
la vita, e non temo il suo impeto fatale

perchè ho sempre un pugnale pronto in mano.

Il figlio e dopo io e dopo…quel che sia
che prima mi chiami alla lotta.
Talvolta l’illusione di un bocciolo d’amore
che so sciupare prima ancora che diventi fiore.

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(Chi é colui che amo? Non lo saprete mai.
Mi / scruterete gli occhi per scoprirlo
e non vedrete / mai
che il fulgore dell’estasi.
Io lo imprigionerò /
perché mai sappiate immaginare
chi ho dentro il / mio cuore,
e lì lo cullerò, silenziosamente, ora / dopo ora, giorno dopo giorno, anno dopo anno. / Vi darò i miei canti, ma non il suo nome. Lui / vive in me come un morto nella sua tomba, tutto / mio, lontano dalla curiosità, dall’indifferenza, / dalla malvagità.)

Alfonsina: donna d’estrema sensibilità, di quelle sensibilità che scarnificano l’anima e non di rado immergono senza soluzione, nella felicità e nel dolore più estremi. Alfonsina, solitaria, preda di amori che probabilmente non capirono il suo essere se stessa, la sua fragilità e la sua forza, la sua anima. Alfonsina, che visse il mondo duro e difficile del popolo, la difficoltà e l’orgoglio di essere una ragazza madre agli inizi del ‘900, Alfonsina che non accettò di soffocare l’istinto per lei più naturale,la poesia e grazie a questa sua voce innata, regalò e regala emozioni e spunti di riflessione estremamente vivi ed attuali. Alfonsina,anima fragile, che nella poesia urla la sua sete di vita, il suo bisogno d’amore, la solitudine angosciosa ma inevitabile per chi ama troppo e ha l’anima toppo fragile per un mondo oscuro e violento. Anche questo è la sua poesia: questo volere e non trovare, questo tormento interiore che le torturerà l’anima fino alla morte. Eppure Alfonsina non fu sempre così: se si legge la sua opera, ci si accorge che si tratta di un percorso che da un’iniziale entusiasmo per la vita, appproda ad all’amara conspevolezza della realtà del mondo e della simultanea presenza in lei di rabbia e paura.

PETTO BIANCO

Perché io ho il petto bianco, docile,
inoffensivo, dev’essere che le tante
frecce che vanno nell’aria vagando
prendono la sua direzione e lì si piantano.
Tu, la mano perversa che mi ferisce,
se questo è il tuo piacere, poco ti basta;
il mio petto è bianco, è docile ed è umile:
fuoriesce un po’ di sangue… dopo, nulla.

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VERSI ALLA TRISTEZZA DI BUENOS AIRES

Tristi strade dritte, ingrigite e uguali,

da cui s’intravede, talvolta, uno spicchio di cielo,

le sue scure facciate e l’asfalto del suolo

hanno spento i miei tiepidi sogni primaverili.

Quanto vagai da quelle parti, sbadata ed intrisa

nel vapore grigiastro, lento, che le decora,

Della loro monotonia la mia anima soffre tutt’ora

– Alfonsina! – non chiamare. Ormai non rispondo a niente.

Se in una delle tue case, Buenos Aires, morirò

osservando in giorni autunnali il tuo cielo recluso

per me non sarà una sorpresa la tua lapide pesante.

Che tra le tue strade dritte, unte dal suo fiume

spento, plumbeo, desolante e ombroso,

quando vagai da quelle parti, già stavo sottoterra.

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Il cigno malato

C’è un cigno che muore accerchiato da un Palazzo
Un cigno misterioso in abiti di seta
Che invece di guizzare nella corrente lieta
Si stanca affaticato a guardare lo spazio.

Il cigno è un malato che adora il Dio d’oro;
Il Sole, il padre di razze, feconda la sua agonia
Per ciò la sua tristezza è una sinfonia
Di fiori che si socchiudono nelle ombre del pianto.

Ha il petto attraversato da un pazzo pugnale,
Goccia a goccia il suo sangue si diluisce nel lago
E le azzurre acque s’incantano sotto il magico
Potere dei rubini che distilla il suo male.

L’anima di questo cigno è una sensitiva
Non alzate la voce in riva allo stagno
Se non volete che il cigno col becco si strappi
Il pugnale che sostiene la sua furtiva esistenza.

Raccontano vecchie leggende che è malato l’amore.
Che l’enorme cuore gli si è centuplicato
E che nelle viscere ha come il Crocifisso
Un dolore che alberga tutto l’umano dolore.

E le leggende raccontano che è un cigno-poeta
Che la magia del ritmo le ha unto la gola
E canta perché sì, come canta il ruscello
La rima cristallina della sua irrequieta corrente,

Io ho sognato una notte che nel vecchio Palazzo
C’era il cigno stanco di guardare lo spazio.

Nell’ottobre del ’38, Alfonsina, irrimediabilemte malata, scrive la sua ultima poesia e se ne va lasciandosi andare tra le onde, a Mar de la Plata.

Voglio dormire

Denti di fiori, cuffia di rugiada,
erbose mani, tu, nutrice lieve,
tienimi pronte le lenzuola di terra
e la coperta di muschio cardato.

Vado a dormire, o mia nutrice, cullami
Ponimi una lucerna al capezzale
una costellazione; quella che ti piace;
tutte van bene; smorzala un pochino.

Lasciami sola: ascolta erompere i germogli…
un piede celeste ti culla dall’alto
e un passero ti traccia uno spartito

perché dimentichi… Grazie. Ah, un incarico
se lui chiama di nuovo per telefono
digli che non insista, sono andata…

Su quella spiaggia è rimasta una statua a ricordarla.


Il tragico suicidio ispirò la canzone Alfonsina y el mar di Ariel Ramíreze Félix Luna:

Per la soffice sabbia lambita dal mare
la sua piccola orma non torna mai
e un sentiero solitario di pena e silenzio è giunto
sino all’acqua profonda
e un sentiero solitario di pura pena è giunto
sino alla spuma

Dio sa quale angustia ti ha accompagnata
che antico dolore ha spento la tua voce
per addormentarti cullata dal canto
delle conchiglie marine
la canzone che canta nel profondo oscuro mare
la conchiglia

Te ne vai Alfonsina con la tua solitudine
quali nuove poesie sei andata a cercare?
E una voce antica di vento e di mare
ti lacera l’anima
e sta là chiamando
e tu fin là vai, come in sogno
Alfonsina dormiente, vestita di mare

Cinque sirene ti condurranno
lungo il cammino di alghe e coralli
e fosforescenti cavallucci marini faranno
una ronda al tuo lato.
E gli abitanti dell’acqua ti nuoteranno
subito al lato

Abbassami un po’ di più la luce
lasciami dormire in pace, tatina mia
e se chiama non dirgli che ci sono,
digli che Alfonsina non torna,
e se chiama non dirgli mai che ci sono
digli che me ne stò andando.

Te ne vai Alfonsina con la tua solitudine
Quali nuove poesie sei andata a cercare?
E una voce antica di vento e di mare
ti lacera l’anima
e sta là chiamando
e tu vai, fin là, come in sogno
Alfonsina addormentata, vestita di mare.

5 risposte a “Alfonsina Storni

  1. L’unica cosa che riesco a fare è piangere. Piangere per la delicatezza del tuo “andare a dormire”, consapevole che la tua maschera di forza t’avrebbe portata ad ucciderti….e cerchi la tata per gli ultimi favori.
    Grazie….grazie Alfonsina…per i sentimenti che hai scatenato in me!

  2. che DONNA!!!!che sensibilita in un solo essere!!!sarai sempre una Grande Alfonsina…..

  3. Che bello questo omaggio ad una grande poetessa!

  4. Come è profondo il dolore che la vita a volte ci impone.
    Come è dolce il riposo nel profondo mar, adorata, sensibile creatura.
    Un canto d’amore da ascoltare in religioso silenzio.
    Grazie amica mia.

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